#NOTRE DAME (senza “de Paris” che è il titolo del romanzo di Hugo)

Introduzione

Foto mia, scattata qualche anno fa ed intitolata “maledettomoccia”


Torno qui, perchè stavolta, FB non mi bastava e si, devo dire la mia, da Architetto, da Architetto con tesi in restauro, da #Architetto appassionato di restauro e da umile discepolo del grande professor #GiovanniCarbonara, mio docente prima e relatore poi.


Distrutta #NotreDame!
Non è vero. Ridimensioniamo l’accaduto.
Notre Dame è il simbolo di #Parigi, è vero, ma non è l’unico simbolo, anzi, paradossalmente, la Tour Eiffel, simbolo temporaneo dell’esposizione universale del 1889, è diventato un simbolo “permanente” e pare, ancora più noto di Notre Dame. Ma non voglio fare una classifica di simboli, che hanno, per ciascuno di noi, un valore diverso e personale: sicuramente se, avete un ricordo bellissimo legato a Notre Dame, oggi sarete più addolorati che se non l’aveste legato alla Tour.
Ovviamente, per i Francesi, Notre Dame, è un simbolo, come lo è, per molti italiani, San Pietro, ma fortunatamente, Notre Dame è ancora lì nella sua essenza medievale: le due torri e la struttura muraria (ma anche l’interno non è messo malissimo)
Certo, molto danneggiata, certo andrà consolidata, certo, i restauri dureranno anni, ma, signori miei, non paragonate il rogo di Notre Dame all’11 settembre! Li morirono quasi 3000 persone, PERSONE, CAPITO? E di molte non si è trovato neppure un corpo da piangere. Per non parlare delle vittime nel tempo, per malanni conseguenti all’inalazione delle polveri o alla psiche danneggiata irrimediabilmente.
Notre Dame era ed è una bellissima chiesa e riacquisterà integrità, perché le architetture, a differenza delle vite umane, si possono #RESTAURARE e possono tornare a vivere un’esistenza nuova, seppur diversa.
La guglia era tardo ottocentesca, il tetto chissà quante volte rifatto, le volte? Quelle le rimetteranno su e la guglia, la rifaranno, probabilmente, “com’era e dov’era” esattamente come il Campanile di San Marco a Venezia, si perché, magari non lo sapete, ma quando vi fotografate sorridenti, sotto di lui, in realtà state immortalano una copia del 1902!
E San Paolo Fuori le Mura a Roma? Pensate, quella originaria era del IV secolo, paleocristiana! L’attuale è posteriore al rogo del 1823.
La volta della Cattedrale di Noto? Distrutta da un terremoto nel 1990: barocco siciliano, avete presente? Tornata al suo posto.
La volta della Basilica di San Francesco ad Assisi, crollata per il terremoto del 1996? Gotica! Tornata al suo posto.
Roma stessa, col rogo del 64 d.C. perse tre quartieri e sette furono danneggiati, ma è ancora qui.
La storia dell’architettura è costellata di disastri, ai quali, anche se qualche volta in maniera discutibile, si è riusciti a porre rimedio.
Ciò che va perso, resta nei documenti, nelle foto, nella memoria e, pare che, a Notre Dame, i beni più preziosi, siano salvi.
Resta la tristezza, il vuoto, la stretta al cuore, ma verranno gli studiosi, i restauratori, i laureandi, i dottorandi, i tecnici dei materiali, quelli dalla sicurezza, quelli dei ponteggi e quelli delle lavorazioni, i “turisti delle macerie”, gli artisti, le scolaresche e ci saranno convegni, studi, pubblicazioni, ricerche e si scopriranno nuove cose su Notre Dame, che, senza questa distruzione, non si sarebbero capite mai, perchè, in questi casi, così come SEMPRE nel nostro lavoro (e in quello di tutti) è indispensabile trasformare le difficoltà in opportunità. Notre Dame vivrà una nuova fantastica avventura, darà moltissimo a tutti e tornerà a risplendere sulla Île, simbolo rinnovato e immortale, perché, oltre che di pietre, la memoria, è fatta di emozioni.
P.S.
Secondo me, si è trattato di un mix tra incidente di cantiere (erano in corso dei lavori) e negligenza. Era stato commissionato uno studio ad un team di ingegneri italiani, proprio nella zona del tetto e sottotetto: il rapporto evidenziava carenze nel sistema antincendio…
In conclusione, non vorrei essere nei panni del responsabile alla sicurezza del cantiere: ecco, un pensiero solidale, oggi, va proprio a lui/lei.
È piantiamola col la ricerca della matrice terroristica che, non si fa altro che far pubblicità! Silenzio e…al lavoro!

Antichi arditi

Costruzioni ardite, con sbalzi importanti, isolate dal terreno con i caratteristici “funghi” in legno e pietra. Ma l’abbandono porta al degrado e allora, solo i puntelli possono evitare il crollo.
Questi edifici si chiamano RASCARD ed esistono in svariate forme. La maggior parte, aveva al piano alto, il fienile, in quello centrale l’abitazione, al piano terra la stalla. Ce ne sono di molto antichi (a Valtournenche, uno del XVII sec. è stato restaurato ed è sede del punto informativo), questo potrebbe essere ottocentesco. Si, ci ho pensato a comprarne uno e restaurarlo: è il sogno di una vita! Ma chi li possiede, non li vende, oppure chiede cifre da villone a Saint Tropez!
Ma chissà…

#Chamois
AO

P.S.
Ricordo che, Chamois, NON ha una strada carrozzabile e si raggiunge SOLO in funivia

#valledaosta #Chamois #legno #montagna #mountain #valledaosta #lavallée #rascard #casedilegno #ilsognodiunavita #IamAnArchitect

Lasciatemi vivere li…

Laggiù, lasciatemi vivere laggiù.

Tra quei legni,

quei profumi,

quel silenzio,

quella pace calma.

La cosa più bella del poter raggiungere #Zermatt sci ai piedi in una giornata di sole, è il percorso nel bosco e gli scorci da fiaba.

Nel comprensorio #Valtournenche -#Cervinia -Zermatt si scia sempre a quote molto alte, e non ci sono boschi. Ma per scendere verso i 1620 mslm di Zermatt (per poi risalire ai 3089 mslm del #Gornergrat o ai 3103 mslm del #Rothorn) si percorrono piste nei boschi, tra pini bianchi, larici…e scorci così

Let me live there.
Between those woods,
those perfumes,
that silence,
that peace.The best thing about to reach Zermatt skiing in a sunny day, is the path through the woods and fairytale views.

In the ski area Valtournenche-Cervinia -Zermatt you always ski at very high altitudes, and there are no woods. But skiing towards the 1620 masl of Zermatt (to then go up to the 3089 masl of the #Gornergrat or to the 3103 masl of the #Rothorn) you go through slopes in the woods, among white pines, larches … and beautiful views!

Auditorium Parco della Musica -Renzo Piano-

L’Auditorium non è semplicemente un edificio, ma uno spazio urbano dotato di piazza, cavea, negozi, ristoranti…e si colloca in un’area, un tempo degradata, a poca distanza da edifici di grande rilevanza architettonica, sia del passato che del presente: lo Stadio Flaminio, il Palazzetto dello Sport, il Villaggio Olimpico, il MAXXI, il Ponte della Musica, lo Stadio Olimpico ed il Complesso del Foro Italico. È studiato nei dettagli per garantire un’acustica eccellente. Si ispira, per le forme, a tre liuti rovesciati disposti secondo una planimetria che ha subìto modifiche, rispetto al progetto originale, in seguito al ritrovamento di un sito archeologico (con una villa romana) durante gli scavi per le fodazioni. Ospita la sede dell’Accademia di Santa Cecilia, rimasta senza dal 1936,(quando fu demolito il teatro Corea che la ospitava, per la sistemazione di Piazza Augusto Imperatore), un museo archeologico e tre sale principali di dimensioni differenti. La sala Petrassi, più piccola e polifunzionale, è adatta a differenti tipi di rappresentazione: musica con e senza amplificazione e teatro. La sala Sinopoli, estremamente adattabile, grazie ad accorgimenti come le speciali tende in materiale fonoassorbente, i pannelli curvi al soffitto, che possono essere regolati in altezza, la possibilità di disporre le poltrone in circolo, spostando il palco in zona centrale, una parete scorrevole della scena…tutti accorgimenti tecnici, insomma, in grado di rendere, la sala, perfettamente adattabile alle diverse esigenze (tranne alle rappresentazioni teatrali, perchè non ha le quinte). Infine, la sala Santa Cecilia che è la più grande e, già solo entrandoci, è capace di emozionare. Linee curve e tagli rettilinei, compongono l’insieme soffitto e galleria. Il soffitto ha grandi moduli all’apparenza spessi e curvati, disposti come a disegnare geometrie di stelle che brillano grazie alle luci, collocate negli spazi di connessione. Le curvature, si fondono visivamente con le geometrie rettilinee della galleria, il tutto avvolto nel caldo colore rosso del ciliegio americano. Sul palco ritroviamo i pannelli sottili e curvati già visti nelle altre sale.
Le poltrone, realizzate da FRAU, sono in materiale fonoassorbente: da vuote, assorbono le stesse onde sonore che da occupate e questo garantisce una resa acustica ottimale sia a sala vuota (prove) che a sala piena (concerto).
Sotto ogni poltrona è alloggiata una bocchetta per l’areazione, ciò permette all’aria di uscire poco alla volta senza produrre fastidiosi rumori.
Nell’ Auditorium ci si sposta su percorsi anulari sia tra i foyer che dietro le quinte.
I materiali si ispirano alla tradizione romana: mattoni sabbiati e travertino con l’aggiunta del ciliegio americano, scelto per le sue caratteristiche acustiche. Le coperture ricordano quella del Pantheon a moduli di piombo che funge anche da isolante acustico per i rumori della città.
La matericità delle pareti in mattoni, al piano terra, è alleggerita dalla presenza delle ampie vetrate. Proprio grazie ai mattoni rossi sabbiati, si percepisce il forte richiamo agli edifici della Roma Antica, come i Mercati Traianei. L’ascesa, grazie alle ampie scalee, verso le sale, amplifica l’attesa che diventa stupore una volta dentro. L’auditorium è un organismo con l’impronta tipica di Renzo Piano: è contemporaneo, ma non stridente, accorto, equilibrato, studiato nei dettagli invisibili, apparentemente spoglio e invece ricco di bellezza semplice.

Se vuoi vedere altre foto, contattami e ti fornirò il link

I WISH YOU A MERRY XMAS

Tanti auguri.

Che ci sia serenità nelle vostre case e nei vostri cuori.

Che i vuoti si riempiano di ricordi belli

Che le distanze si annullino

Che i rancori si sopiscano

Che arrivino sorrisi inaspettati e solo buone notizie, che di quelle brutte, ne abbiamo fin troppe, tutti.

Che possa esserci sempre un bicchiere da riempire e rimboccare, perchè, mezzo pieno…è meglio.

Proviamo ad essere positivi e guardiamo il Natale con occhi bambini. Lo so, ognuno di noi ha un ricordo brutto legato alle feste, anch’io…davvero tremendo, ma bisogna andare avanti, perchè questo Natale, che vi sembra uguale agli altri, in realtà non lo è.

Vi lascio i miei più cari auguri con queste immagini di oggetti creati da me: dentro ci sono ore rubate al sonno, progetti, passione, dedizione e la felicità nel vedere il risultato: una sintesi perfetta, insomma!

Buon Natale e Felice Anno Nuovo...il decimo di questo blog.

Kali ❤🎄

#IamAnArchitect 

Una pagina FB dedicata alle “donne architetto” (e già la distinzione di genere mi procura l’orticaria) continua a ricordare che, l’Accademia della Crusca, ha riconosciuto il termine “Architetta”, che a Bergamo, l’Ordine ha dato il permesso di utilizzare il termine sul timbro.
Ciclicamente ripropone gli stessi argomenti. Ciclicamente ci indignamo. Oggi ho letto anche l’indignazione di colleghe ingegneri, avvocati e di un collega architetto solidale con noi, che rivendichiamo il diritto di NON declinare il titolo.
Ad una collega che ci invitava a consultare il dizionario ho risposto:

“Il vocabolario ha subìto un aggiornamento frutto anche di queste “battaglie” che non toccano la sostanza del problema. Prendine uno più datato e vedrai. L’accademia della Crusca si è pronunciata e allora? Sono architetti? Sono me e tutte le colleghe che qui e non solo, rivendicano il diritto di un titolo, che ritengono indeclinabile nella sostanza? Pure “zuzzurellone” è  nel dizionario: tu, lo utilizzi?”

Ed al post ho risposto:

“Ancora? E allora, ancora NO! Chi vuole farsi chiamare architettA lo faccia pure, ma non si batta in mio nome! Leggere nell’articolo:”Il termine al femminile rappresenta l’ascesa sociale delle donne nella professione(…)” è la sintesi del fatto si voglia legare ad una vocale, la battaglia per una parità che tutte noi combattiamo ogni giorno con la professionalità e non con le parole. Voglio essere un architetto: battiamoci per il rispetto del ruolo, per le giuste retribuzioni, per l’inclusione…Il titolo è la mia conquista e voglio avere il diritto di chiamarmi architetto, proprio come Gae Aulenti e Zaha Hadid, per citarne solo due.”

Una collega ingegnere mi ha fatto sorridere, perchè chiudeva il suo commento, minacciando di colpire con un tondino, chi in cantiere, l’avesse chiamata architettA.
Siamo architetti, ingegneri… anche col senso dell’umorismo: mica una borsettata o un calcio  dove non batte il sole: una bella “tondinata” e via!
Peace&Love: #IAmAnArchitect 😎

Foto mia